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Questo breve saggio di Inos Biffi intende risvegliare o anche creare il gusto per il “Paradiso” di Dante, nel quale la poesia pura ha raggiunto il suo vertice sublime. La terza cantica della “Commedia” è ritenuta la più difficile, quasi la più arida, rarefatta com'è di immagini, la più ardua nel linguaggio.
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Infatti essa trasporta in un altro mondo, ultraterreno, privo della visibilità e della sagoma sensibile dei primi due, tutto pervaso e plasmato di luce, nella quale si annidano i beati. Dante stesso avverte che potranno "leggere" il “Paradiso” soltanto quei pochi che hanno drizzato «il collo per tempo al pan de li angeli» (“Par”., pp. I, 10-11), che si sono posti alla scuola del Verbo e se ne sono nutriti. Di fatto, sono molti quelli che, non avendo ascoltato quell'avvertimento, hanno fatto naufragio una volta giunti al “Paradiso”. La prima parte del volumetto inizia alla sua comprensione illustrando il senso della terza cantica nel percorso letterario e spirituale del poeta - che è poi esemplare e ideale di ogni percorso umano - e mettendo in luce il suo carattere teologico. Nel “Paradiso” il mistero cristiano appare nella sua "forma": ,Dante con la sua poesia abbellisce la teologia, la rappresenta come canto, nella sua lirica e nella sua estetica. Quindi il “Paradiso” come una cattedrale di luce. La seconda parte offre alcuni assaggi di commento al canto X, coi sapienti fiammeggianti; al canto XII, con san Domenico - «d'amoroso drudo/ de la fede cristiana, il santo atleta» (“Par”., XII,55-56 -, e canto XXIII, «uno dei più belli della cantica e del poema», con l'incantata ammirazione del «bel giardino/ che sotto i raggi di Cristo s'infiora» (“Par”., XXIII, 71-72). Da tali degustazioni potrebbe sorgere il desiderio di inoltrarsi in questa incomparabile gloria del mistero, che per singolare grazia divina Dante ci ha lasciato.