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Ormai da un ventennio la sociologia economica è entrata in un periodi di grande creatività e di pieno riconoscimento delle sue capacità descrittive e interpretative delle realtà economiche, nelle loro strutture e nelle loro dinamiche, uscendo da quella posizione ancillare nei confronti dell'economia e delle altre scienze sociali che aveva occupato per i lunghi decenni dell'età industriale nel XX secolo. In questo successo qualcuno, a ragione, ha voluto vedere un ritorno a quella grande sociologia classica (a Max Weber soprattutto), capace di competere appieno con le speigazioni avanzate dall'economia. Uno dei protagonisti indiscussi di questa fase, e anche di questa rinascita, è sicuramente Richard Swedberg, a cui dobbiamo alcuni fra i contributi più importanti apparsi nella disciplina negli ultimi anni. Questo libro può essere considerato il punto di arrivo di questo sforzo di ricerca, il luogo dove l'autore riesce con successo a superare due insoddisfazioni: quella verso l'economia, sempre così aliena da considerare le influenze profonde delle relazioni sociali, e quella verso la sociologia, così restia all'ammettere e nel comprendere il ruolo giocato dai comportamenti auto-interessati. Dopo aver letto le pagine di Swedberg sulla organizzazione sociale dell'attività economica, sulle imprese, sui mercati e le loro strutture, sui rapporti dell'economia con il diritto e la politica, sulle influenze della cultura, sul ruolo irrinunciabile della fiducia, sulle palesi o nascoste questioni di genere, si sarà capito come il ricorso alla sociologia economica non sia più rinunciabile. L'economia non è più lasciata sola nella spiegazione della realtà contemporanea, ma è sfidata direttamente sul suo proprio terreno.