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Siccome l’Europa, ieri come oggi, è una geografia estremamente composita, ciascuna area europea ha proposto, nel lunghissimo arco di tempo disteso fra tardo medioevo e prima età moderna, una sua peculiare offerta di statualità.
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Che poi solo alcuni di questi modelli si siano affermati vittoriosamente a scapito di altri che sono stati, viceversa, destinati a rimanere dietro le quinte dello scenario o, peggio ancora, a perire, è un altro discorso. Ciò nonostante, l’approccio ‘genetico’ o ‘genealogico’ ci permette, quantomeno, di cogliere quali fossero le alternative in gioco e provare così a capire perché non queste, ma altre si sono imposte con maggiore fortuna; su tutte, la forma dello ‘Stato nazione’. Ma, più di ogni altra cosa, l’approccio ‘genetico’ o ‘genealogico’ ci aiuta a prendere congedo, una volta per tutte e nella maniera forse più salutare, dal soffocante quanto fuorviante paradigma statalista coniato dalla giuspubblicistica e dal pensiero sociopolitico ottocenteschi: lo Stato moderno come un’agenzia centralizzata, burocratizzata, razionalizzata, che detiene in via esclusiva il monopolio della violenza fisica legittima e che ha il suo cuore pulsante nell’amministrazione. In fondo, una realtà come quella odierna, sempre più distante — tanto sul piano costituzionale quanto sul piano penale — da quell’immagine monolitica — perfettamente autoconsapevole, autoreferenziale nel suo distacco dalla società, razionale — in cui la riflessione giuspolitica degli ultimi due secoli ha preteso di ravvisare il carattere saliente della modernità, ci esorta a sondare quelle offerte di statualità, così lontane eppure così sorprendentemente vicine, a lungo considerate minori o deboli e, di conseguenza, lasciate per molto tempo ai margini dell’interesse storiografico. È appunto il caso degli Stati territoriali italiani formatisi tra il XIV e il XV secolo.
Crediamo, convintamente, che la formazione degli Stati territoriali italiani abbia consistito, per prima cosa, nel loro svincolarsi dal sistema universalistico medievale. La crisi del Trecento investe, fra le altre cose, anche quei tessuti universali della Chiesa e dell’Impero che, insieme e continuamente in frizione, reggevano lo spazio universale dell’Europa cristiana. Il generale clima liberatorio e affrancatorio del XIV secolo permette a tutte quelle realtà politiche inferiori (città, regni, etc.) che comunque esistevano su quello spazio ma in posizione subordinata o al Papa o all’Imperatore, di assumere una posizione di sempre maggiore autonomia e di disconoscere, nei fatti, l’una o l’altra entità universale, fino praticamente ad affermarsi, loro stesse, come delle entità superiori e individuali. Esse sono animate da una volontà fortissima, che fino a quel momento era stata frustrata e compressa dalle supreme gerarchie medievali. Ebbene, questa volontà viene incanalata lungo due direzioni che scorrono parallele e che, simultaneamente, investono gli antichi assetti medievali: territorializzazione e concentrazione del potere.