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«Nella lingua parlata delle scimmie», ci informa Carlo Lorenzini (in arte Collodi), all’inizio di questo racconto che è un’autentica gemma nascosta tra gli scritti dello scrittore fiorentino, «Pipì» indica lo strano colore che caratterizza il pelo di un estroverso e imprudente scimmiottino, «una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese»: di qui il curioso titolo Pipì o lo scimmiottino color di rosa. Non pochi lettori, incantati e divertiti dalle peripezie del vivace scimmiotto, hanno pensato a una parentela nemmeno troppo dissimulata con Pinocchio. Fatta salva l’irraggiungibile perfezione del capolavoro, bisogna ammettere che l’impressione è più che giustificata. La disobbedienza e l’errore sono i motori segreti, le fonti di energia che rendono Pipì e Pinocchio capaci di fare esperienza di quella grande favola che è il mondo. E la curiosità è la premessa psicologica fondamentale che permette loro di abbandonarsi con fiducia all’imprevisto, voltando le spalle all’abitudine e alla sicurezza. Ma nel corso di tutte le sue avventure in Pipì non viene mai meno, come nel suo più illustre collega burattino, la purezza del cuore, che è una virtù molto più importante e decisiva del rispetto delle regole e degli ammonimenti dei più grandi. Anche in questo caso, la pedagogia di Collodi rivela tutta la sua rischiosa efficacia affrancandosi da ogni forma di moralismo imposta dall’alto. E ancora oggi, la lingua di Collodi ha conservato quel miracoloso equilibrio di limpidezza e arguzia che ne ha fatto uno dei grandi classici della tradizione italiana.
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*Pipì o lo scimmiottino color di rosa. - UTET, 06/12/2013. ((Lingua: italiano