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Nell’Ottocento era comune considerare il bello, il buono e il vero come i valori costitutivi, rispettivamente, dell’estetica, dell’etica e della scienza. Vi è molto buon senso in questa distinzione. Se la scienza non mirasse alla verità (o, almeno, alla spiegazione e alla previsione) diventerebbe simile alla poesia, certamente distante da un’impresa cognitiva.
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Per quanto riguarda la scienza, oggi si sta facendo strada la tesi che i fatti e i valori siano inestricabilmente connessi e che la bellezza sia una proprietà richiesta dagli scienziati per accettare o giustificare una teoria. In termini più generali, ripresi dal linguaggio ottocentesco, si afferma che il bello, il buono e il vero sono tutti elementi essenziali per comprendere le attività che caratterizzano la scienza.
A questo punto sorgono spontanee alcune domande: in che modo tale distinzione deve essere riformulata e difesa? Quali sono le conseguenze di una sua cattiva delucidazione per la scienza in generale e per le specifiche discipline scientifiche? Si tratta di questioni importanti non solo da un punto di vista culturale, ma anche per la loro dimensione pratica e politica. Capirle sino in fondo significa comprendere la natura dell’impresa scientifica e, insieme ad essa, il ruolo che la scienza ha nel mondo d'oggi.