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Nomen omeri: è stato alle pratiche ibride di Lello Voce - tra parola e musica, immagine e spettacolo - che in questi anni s'è legata la tendenza della poesia a quella che un profetico Antonio Porta, già nel 1980, definiva la scelta della voce.
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Tanto che la pagina scritta, nel suo caso, finisce per essere quasi un libretto del testo vero e proprio: consistente nella sua interpretazione da parte dell'autore così com'è consegnata, qui, a un ricchissimo disco audio e video. Una corporeità scalpitante, mai riconciliata; che, dando fiato ai polmoni, restituisce alla poesia la sua presenza, prerogativa da un paio di secoli messa in disparte. Tutt'altro che in disparte, e anzi sempre risolutamente di parte, è stato Voce in questi anni: senza temere di corrompere un linguaggio colto, tecnicamente quanto mai smaliziato, con le emergenze di una coscienza civile esplicita e, appunto, schieratissima. Non è un caso che Voce sia stato attentamente seguito dalla critica: da Haroldo De Campos a Franco Fortini, da Romano Lupe-rìni a Niva Lorenzini. Ma se il cittadino non fa mai mancare la sua partecipazione ai traumi della Storia in atto, come in ogni vero poeta questi stessi "fatti" si riverberano, in lui, in una forma allusiva, sottile, obliqua. Come nei componimenti aspri e percussivi di Fasi Blood, cronaca stravolta ma riconoscibile deìYannus terribilis 2001 che però non a caso sono denominati Lai: lamenti antichi, e insieme modernissimi, di una Storia patita assai più che agita. Le cinque poesie nuove di Piccola cucina cannibale, «in equilibrio sulla punta della lingua» all'inizio del libro, accentuano questi toni ripiegati ancorché mai rassegnati: «ero futuro colmo dì passato un mozzafiato ero la vittima / della storia ero gli anni di piombo e lo sguardo attonito sullo / strapiombo la morte nera il corpo di cera la sconfìtta la ciminiera». All'indomani di un secolo tempestoso - che trova una memorabile sigla epica e allegorica nel Rap di fine secolo (e millennio) di Farfalle da combattimento ? è giunto insomma il momento di rivolgere uno sguardo impietoso agli «errori già commessi». A patto, però, che non ci venga chiesto di dimenticare quelli degli altri. A.C.