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Il libro analizza le relazioni politiche, economiche e militari tra lo Stato di Israele (nato il 14 maggio 1948) e gli Stati Uniti, prendendo le mosse, però, dai contatti che si stabilirono tra Washington e il movimento sionista sin dalla fine del secondo conflitto.
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Sulla scorta di una grande documentazione archivistica e di una vastissima bibliografìa, l’analisi percorre l’intera vicenda mediorientale del dopoguerra, puntualizzando una special relationship (quella tra Stati Uniti e Israele), che ha rappresentato e ancora rappresenta forse un caso unico nella storia contemporanea. Circondato da nemici che ne volevano la distruzione, Israele riuscì a tessere una rete di relazioni con il mondo politico americano e con le sue istituzioni, oltre che con il movimento sionista presente negli Stati Uniti, sfruttando abilmente i pericoli che la guerra fredda nel Medio Oriente presentavano all’alleato americano nel confronto con l’Unione Sovietica e i suoi clienti arabi. Al di là delle profonde connessioni culturali tra i due paesi, evidenziate nel corso della narrazione, Israele rappresentò per gli Stati Uniti, pur tra gli inevitabili alti e bassi delle loro relazioni, un punto di riferimento politico indispensabile nella storia postbellica del Medio Oriente, e Washington, a sua volta, una difesa vitale per la stessa esistenza dello Stato ebraico. Infine, nonostante i tentativi di alcune amministrazioni americane di ridefinire le relazioni con Israele in senso ritenuto meno condizionante per Washington, la realtà mediorientale in continua ebollizione ha sempre determinato un sostanziale “riallineamento” delle due politiche nello scenario della regione.