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"E vissero per sempre felici e contenti". Inizia così, cioè dalla fine che però è il principio, La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna. E Bernadette non ha visto la Madonna anche perché, bruciata sul rogo dalla "Santa Disquisizione" del paese di Edera Violacea, non è morta.
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Essendo una strega, peraltro avvenente e dissoluta, Bernadette esce dal dipìnto in cui è ritratta, e ricompare nella grigia periferia globale di Cubano Milanino. È qui che Bernadette incontra Benedetto dalla Doccia. I due oscuramente si riconoscono: un passato di fiaba li lega a un presente di sesso e fuga. Fuga dal gelido boss Mida Von Pecunia Y Dinero, dal suo focoso compare Ivan Dragovich, da orde di troll e dal sadico torturatore detto l'Incappucciato, tutti interessati per motivi diversi a Bernadette... E quando la fiaba di Bernadette volge al termine, leggiamo "c'era una volta". Ma cosa c'era una volta? C'era la gioia di raccontare, l'eccitazione per una storia che doveva ancora accadere. Dopo l'ultima pagina, invece, torna la vita, tornano le cose, fra le quali il destino non è una trama, le persone non sono personaggi, i giorni non sono capitoli. Ne "La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna" Andrea G. Pinketts, infallibile acrobata del linguaggio, esplora proprio questo bisogno di racconto, irresistibile e vitale, comico e disperato.