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Tòkyo 1876. Nell'Impero del Sol Levante, che sta attraversando una drammatica fase di transizione verso la modernità e si trova sull'orlo della guerra civile, giunge un artista palermitano, invitato dal governo nipponico per insegnare l'arte del lontano Occidente.
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Vincenzo Ragusa - questo il suo nome - dovrà mettere in relazione se stesso e la propria cultura con un mondo caratterizzato da concezioni, modelli e stilemi assai distanti. Nell'ambito della sua attività conosce una donna indigena, appena sedicenne, chiamata "Tama" (Giada): è l'inizio per entrambi di un'avventura che li porterà in seguito a Palermo, dove diventeranno marito e moglie e contribuiranno in modo assai significativo alla vita culturale della città. Questo volume, che nasce dalla scoperta di alcune straordinarie tavole a colori in cui Tama dipinge gli oggetti della collezione giapponese dì Vincenzo Ragusa ritrovare presso l'Istituto Statale d'Arte fondato dallo scultore, ripercorre e illustra Ja vicenda e l'opera di una donna che trascorse ben cinquantuno anni della propria esistenza a Palermo, facendo dell'incontro artistico tra Oriente e Occidente una vera e propria ragione di vita. Oggi, quasi a testimonianza del complicato processo di sdoppiamento culturale vissuto, le ceneri di Tama si trovano in parte in Giappone, in parte a Palermo accanto a quelle del marito, con il quale, in un eccezionale esempio di simbiosi artistica, secondo la felice definizione di Tanaka Jun aveva formato un organismo complesso nel quale "la mano era di Tama e gli occhi di Ragusa".