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La gabbia che nei tre testi di Stefano Massini delinea il parlatorio di un carcere, dove un detenuto si trova a colloquio con un familiare o con un funzionario, è di per sé un termine che serve a indicare una forma di prigionia anche mentale, mentre consente allo spettatore oltre le sbarre di seguire il dialogo nel modo più diretto.
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Il grande successo comunicativo del primo episodio, La gabbia (figlia di notaio), che mette a confronto una giovane ex brigatista non pentita dopo una decina d'anni di carcere con una madre scrittrice mondana, in un'ora d'odio che troverà solo sul finire qualche scintilla comunicativa, ha avuto un tale riscontro nella prima serie di repliche, con richieste di traduzione anche all'estero, da spingere l'autore a farvi seguire in identiche gabbie metalliche altri due confronti su temi di struggente attualità. Ed ecco in Zone d'ombra un'altra ragazza accorsa ad assistere il padre, professore universitario, incriminato per il crollo di una costruzione da lui autorizzata, costretto a render conto della sua malafede. In Versione dei fatti, infine, c'è un'anziana signora, interpretata da una magistrale Barbara Valmorin, alle prese con una giovane legale rigidissima incaricata della sua difesa d'ufficio, accusata di aver ucciso la figlia staccandole le pompe che da sedici anni ne nutrivano l'assenza. Un altro tema drammatico e di emozionante attualità.