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Chiedere al mare un'idea di travestimento è un esercizio antico quanto la letteratura. Prima, c'è il mito, ma esso non comincia ad esistere davvero se non come linguaggio, come racconto di un'aspettativa, di un «desiderio».
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Ogni pratica di travestimento ha sempre un rapporto col mito; c'è sempre in ognuna di esse una scheggia di quel desiderio da raccontare, da far 'vedere' come simulacro di un'eternità proiettata nel reale come spettacolo del sé: è il destino di ogni classicismo. Una ricognizione di queste pratiche (in origine c'è Sannazaro e il paesaggio archetipico dì un'altra Arcadia, rifondata sulla scena favolosa del mare) disegna qui un sistema espressivo dotato di una precisa autogiustificazione tipologica, diffuso in tutta l'Europa, ma con una parabola a termine. Un linguaggio poetico che, in dialogo con le arti figurative, ripropone al pubblico di corte, nella dimensione dell'esotico e della peripezia marinaresca, sul confine fra natura e mito, l'ambiguità costitutiva della letteratura.