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È nozione vulgata che i Promessi Sposi siano un romanzo dominato e perfino soffocato dalla religione. Anzi, una certa linea critica, che va dallo Scalvini a Moravia passando per Croce, lo deprezzò a livello di oratoria e di propaganda religiosa.
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L'Autore di queste pagine confuta un tale giudizio e, attivando molteplici chiavi di lettura (dalla Bibbia a Sade), si spinge oltre quella che sembra una semplice doratura di superficie, fino a reputare la religione, non sempre ortodossa, come una condizione connaturata, non giustapposta al romanzo.
Articolato in due ampi studi, più una sezione finale di Varia, il volume mette anzitutto in luce l'elemento noir presente in particolare nel Manzoni del Fermo e Lucia. Facendo perno sull'episodio di Egidio e della Monaca di Monza, si dimostra la massiccia presenza in quel testo di suggestioni e arie tipiche dei romanzi cosi gotici come libertini. Ma c'è di più, ed è che il Fermo sembra decisamente subire il fascino perverso del Male, rappresentato come assoluto e gratuito. Nel passaggio ai Promessi Sposi questo aspetto verrà ridimensionato e quasi esorcizzato, nella ricerca di un maggiore equilibrio narrativo e insieme "etico" e teologico. In secondo luogo, si pone in evidenza come Manzoni intendesse scardinare i meccanismi romanzeschi ancora in auge, rinunciando di fatto all'idillio e al lieto fine, pur se il suo capolavoro sembra terminare nel segno di un provvidenziale ritorno all'ordine, dopo la sconfitta del Male. In realtà, la conclusione apparentemente positiva cela la sofferta coscienza che il Male esisterà sempre e che per l'uomo il dolore non ha fine, mentre la felicità resta riservata alla sola attesa escatologica.
Un Manzoni, quindi, analizzato in una prospettiva diversa da quelle canoniche: certo profondamente cristiano, ma, come il ritratto che campeggia sulla copertina di questo volume, anche pensoso, con la fronte ombreggiata, se non da dubbi, almeno dalla consapevolezza dell'ineluttabilità dell'umano patire.