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Con il rogo di Jan Palach si spense, nel gennaio del 1969, la luce della Primavera di Praga. Tutti noi ricordiamo il sacrificio di quel ragazzo ventenne il quale, estratto il numero 1 tra il gruppo di volontari resistenti, esercitò il suo diritto di «scrivere la prima lettera di rivendicazione e di essere la prima torcia umana».
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Seicentomila persone accorsero ai funerali di quell'eroe straordinario. In Italia, pochi liberi cittadini ebbero il coraggio di manifestare la loro solidarietà nei confronti del popolo ceco oppresso dal giogo sovietico. La memoria di quei carri armati che passavano sopra una stagione di speranze e di bella ingenuità è così profondamente incisa nelle nostre coscienze da negarsi persino a una minima forma dì retorica. È il ricordo di uno stato d'animo talmente solidale, allora, da farci sentire tutti praghesi, tutti invasi, tutti oppressi. Quarant'anni orsono vi era chi non riusciva nemmeno a immaginare che un giorno, qui a Roma, si sarebbe potuta inaugurare una mostra come Praga da una primavera all'altra, perché nel 1968, oltre la cortina di ferro, la libertà era una condizione inimmaginabile, era un esercizio di pura utopia. Per queste ragioni sono orgoglioso e felice dei fatto che anche il Comune di Roma, insieme a quello di Udine e alla Regione Friuli Venezia Giulia, abbia promosso quest'evento celebrativo, prodotto in collaborazione tra l'Università di Udine e l'Azienda Speciale Palaexpo. Si tratta di un contributo di conoscenza e di divulgazione che fa onore ai curatori, poiché rileva di una ricerca storica scrupolosa e di una ricchezza di fonti e di materiali di assoluto livello. D'altronde non c'è interpretazione e non c'è ideologia che valgano la tragica potenza di quei fatti, delle immagini e dei documenti che ce li narrano, dinanzi ai quali si resta silenziosi, di nuovo solidali, ancor più liberi di quarant'anni orsono.