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Il testo raccoglie un ampio ventaglio di proposte, ricerche, riflessioni sull'educazione linguistica democratica e sull'educazione alla comunicazione, temi ai quali da sempre Bepi Malfermoni si è appassionatamente dedicato.
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Ripercorrendo i suoi scritti - articoli, materiali per stages e convegni, documenti, proposte operative - che coprono un arco di circa 40 anni di vita attiva e di militanza pedagogica, si ha uno spaccato di quanta strada sia stata percorsa nella scuola elementare e media italiana, la "scuola dell'obbligo", di massa, che rimane l'orizzonte istituzionale e psicopedagogico dei suoi interessi, a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Nei successivi 25 anni c'è stata la sistemazione, la taratura attraverso l'esperienza, l'allargamento dell'interesse ad ambiti comunicativi e funzioni del linguaggio tali da arricchire le proposte precedenti. Ma il grosso nucleo dell'innovazione, il cuore delle proposte ha origine verso la metà degli anni Settanta con la proposta nota poi come "lettura come comprensione" e con l'interesse per il metodo di apprendimento della lettura, e avviene significativamente non in solitudine ma nello scambio cooperativo. Bepi si poneva due ordini di problemi: come uscire da una visione tecnicistica, arida, imitativa del linguaggio, su cui la scuola italiana era in gran parte attestata, quando tutta la letteratura scientifica e la proposta delle scuole attive parlavano di abilità selettive e combinatorie alle origini della costruzione linguistica. Ma di contro la scuola continuava a proporre esercizi e modelli univoci, monofunzionali e monolinguistici, privilegiando il codice scritto letterario come ideale di riferimento, spesso irraggiungibile, con il risultato di chiudere gli alunni nel silenzio e nello stereotipo. L'altro problema era per lui di converso il pericolo insito in una visione idealistica dell'apprendimento linguistico, in una mitologia dell'espressività senza alcun indirizzo e senza un paziente lavoro di costruzione di competenze esercitate sullo scritto, centrate sulla sua comprensione, su un'ipotesi di lettore "avvertito", sospettoso della complessità e della plurisignificatività dei messaggi. Contro questi due rischi Bepi ha sempre indirizzato la sua attenzione, la sua polemica bonaria ma acuta e pregnante, utilizzando le conoscenze attinte a una lettura diretta dei grandi psicologi e linguisti che si sono occupati di linguaggio infantile, da Vygotskij a Piaget a Bruner, da Martinet a Simone a Parisi alla Pontecorvo, ma traducendole in proposte dirette nel rispetto della cultura e della mentalità infantili e quindi utilizzando molte delle indicazioni di Freinet sulla valorizzazione di tali elementi e sulla motivazione.
Tali proposte non sarebbero pienamente significative se non si collocassero nel pensiero di Bepi, in sintonia con le istanze di don Milani, in una prospettiva di educazione alla comunicazione come capacità di capire e di farsi capire per poter scegliere autonomamente, in un potenziamento della capacità di parola come esercizio di democrazia.