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Tutto nel film dì Dino Risi, di cui parla il libro di Oreste De Fornari, sembra rinviare a un'epoca inesorabilmente passata: la Lancia sport e la Roma deserta a Ferragosto; la fotografia in bianco e nero e le citazioni musicali di Riz Ortolani; i sogni alimentati dal boom economico, le trattorie e la discoteca, il contrasto tra la campagna e la città, gli abiti che indossano i personaggi e la stessa fisiologia antropologica dei loro interpreti. Se è vero come sostiene giustamente De Fornari che // sorpasso sa catturare lo spirito del tempo (lo "zeitgeist" è significativamente il titolo dell'ultima voce del repertorio in cui egli scompone l'analisi del film), sembrerebbe che si tratti comunque di un'opera coniugata inesorabilmente al passato, anche se prossimo. Ma il fatto è che la visione, o la revisione del film, non consegna mai allo spettatore la sensazione di essere in un museo, pur di modernariato. Cinquant'anni dopo, come già era stato vent'anni fa quando questo libro andò in tipografia la prima volta, // sorpasso continua infatti a essere un'opera cinematografica capace di parlare anche a chi nel 1962 non era ancora nato. Parlare nel senso più autentico della parola, come accade solo tra contemporanei.